Il Tibet e la credibilità della Cina

Dalai LamaAlla fine la fiaccola olimpica è passata da Lhasa. E tutto è filato liscio. Un po’ perchè le misure di sicurezza erano tali da scoraggiare qualsiasi tentativo di protesta. E un po’ perchè è prevalso il realismo.

Nelle scorse settimane il presidente cinese aveva chiesto al Dalai Lama “atti concreti per dimostrare che è contrario all’indipendenza del Tibet e che non intende sabotare le Olimpiadi”. In altre parole aveva chiesto al premio Nobel della Pace di dare una prova sulla sua capacità di controllare i settori della dissidenza secessionista.

La prova è arrivata. Se a Lhasa non si sono verificati incidenti – aldilà dell’apparato repressivo messo sul campo – è perchè è prevalso il realismo predicato dalla massima autorità spirituale del buddismo. Il Dalai Lama rilancia così la palla nelle mani della dirigenza cinese. Spetta ora a Hu Jintao e Wen Jiabao compiere un altro passo e dimostrare che Pechino intende riflettere sulla questione tibetana e magari cominciare ad abbozzarne un percorso di soluzione pacifica.

Prima del terremoto nel Sichuan, il dialogo era stato avviato con risultati giudicati soddisfacenti dai rappresentanti del Dalai Lama. È probabile che riprendano.

Quali opzioni ha Pechino? La più ovvia è che prenda tempo e lasci scivolare via le Olimpiadi  – come chiedono alcuni settori del regime – per poi non modificare una virgola della sua politica nella Regione. Il che significherebbe schiacciare ogni speranza di autonomia culturale avanzata dalla minoranza. L’altra – indicata da Hu JIntao e Wen Jiabao – è che la Cina, ottenuto il riconoscimento della sua piena sovranità sul Tibet e prendendo atto che il Dalai Lama, ha mantenuto intatta la  forza di convinzione sui settori più estremisti, favorisca l’inizio della distensione.

I Giochi sono alle porte. La Cina può avere tutto l’interesse a dare un segnale alla comunità internazionale. Sarà interessante capire quale direzione prenderà.  Sul piatto c’è la credibilità di Hu Jintao e Wen Jiabao.

(font: Corriere della Sera – Fabio Cavalera, 21 giugno 2008)

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