Untori di Sicilia: quelli del colera

LA COLONNA INFAME ISOLANA.

Il sonetto "Lu colera" di Luigi Capuana

Nel 1887, dopo l’epidemia del ’67, tornava a imperversare a Catania e provincia il colera, innescando violenze e tumulti legati all’ignoranza popolare e alle dicerie che a spargere il veneficio fossero agenti del governo per ridurre il numero degli abitanti del regno. Un’istantanea del pregiudizio popolare sulle cause del morbo si trova in un sonetto poco noto di Luigi Capuana, intitolato appunto «Lu colèra», apparso su «La Scena illustrata» il 15 dicembre 1887: «– Cummari!/ – Cummaruzza!/ – L’hâtu ’ntisu?/ L’ordini vinni: scupati li strati!/ (…) Lu sinnacu firmau./ – Facci di ’mpisu!/ – Lu pàracu macari./ (…) Dicinu ca è culonna d’aria ’nfetta./ – Gnursì, ammuccati! Su badduzzi fini./ Cu’ li scarpisa è mortu./ (…) E sulu ppi nuatri, li mischini!/ Cc’è ppi li ricchi la contraricetta…/ E li viddani, a fascia, a’ Cappuccini!».
Al centro del componimento la credenza popolare che il colera fosse sparso dietro autorizzazione del sindaco e del parroco e che fosse destinato soprattutto alla plebe, in quanto i ricchi possedevano il contravveleno. Per colmo d’ironia, all’epoca del colera del 1887 Capuana si trovava a fare il sindaco di Mineo e si prodigava per contenere il contagio ma – come scriverà a Neera in una lettera pubblicata dal Di Blasi – «senza speranza che il popolino di qui me ne sappia essere grato, perché il popolino crede che sia il sindaco quello che è incaricato di spargere il veleno dal governo».
Si ripresentò in molti casi lo stesso scenario di vent’anni prima, quando gruppi di individui armati di falci e bastoni cercavano a morte presunti avvelenatori, forestieri e facce sospette. Si straziavano e si bruciavano i cadaveri dei presunti untori e si dava fuoco alle loro case. A farne le spese anche medici e farmacisti accusati di propagare il veleno sotto forma di medicine.
La «forsennatezza» del popolo siciliano durante il colera del 1867 ebbe un cronista d’eccezione in Edmondo De Amicis che, nel suo racconto-inchiesta «L’esercito italiano durante il colera del 1867», nel riferire i fatti di Belpasso, Viagrande, Gangi, Menfi e Monreale, mise in risalto una Sicilia «dall’ignoranza quasi selvaggia del volgo»; una Sicilia che sulla via della civiltà si era dimostrata «assai più addietro che non si soglia pensare», tanto che l’inevitabile paragone con la «Colonna Infame» di manzoniana memoria tornava di gran lunga più infame per l’Isola.
Tutto preso nell’esaltare i servigi resi alla giovane nazione dall’esercito italiano, lo scrittore ligure terrà tuttavia fuori dal suo quadro le ragioni storiche e politiche che avevano ingenerato nel diffidente popolo siciliano pregiudizi e superstizioni.
Ci vorrà la potenza descrittiva di Verga, De Roberto e Capuana, testimoni diretti dell’epidemia colerica del 1887, per dare vita ad un affresco più realistico, rovesciandone la prospettiva.
Protagonisti questa volta non i soldati deamicisiani, ma i poveri diavoli costretti a lottare contro la miseria e la fame oltreché contro il colera, così stanchi e rassegnati da non sapere a volte chi fosse il loro peggior nemico.
Federico De Roberto, oltre alla novella «San Placido» (1887), offrirà ampi squarci sul morbo ottocentesco nei «Viceré», dandone una graffiante interpretazione in chiave antirisorgimentale: «Al Sessanta, i patrioti avevano dato a intendere che non ci sarebbe stato più il colera, perché Vittorio non era nemico dei popoli come Ferdinando; e adesso, invece, si tornava da capo!
Allora, perché s’era fatta la rivoluzione?».
Ancora sul colera tornerà Luigi Capuana nella novella «Il medico dei poveri», ambientata a Rammacca (con due emme); ma la prova più alta la darà senz’altro Giovanni Verga in «Quelli del colera». La novella, di straordinaria drammaticità, era apparsa prima nel 1884 nella strenna milanese «Auxilium» e poi in «Io Fanfulla. Almanacco per il 1887» (voce quest’ultima sconosciuta alle bibliografie verghiane) e si chiudeva con la scena del capocomico che, assalito dalla folla inferocita alla ricerca del veleno, cerca disperatamente di salvare dal fuoco scenari e burattini, insomma la sua «roba», quella che gli dà pane. «Meglio, meglio che ci avessero uccisi tutti», dice in preda allo sconforto.
Il finale con la strage mancata dei commedianti crediamo non ebbe a soddisfare Verga che pensò di aggiungervi un’altra scena al momento di inserire la novella nella raccolta «Vagabondaggio». Benché tra quella ressa vi fossero «delle anime buone», la vita risparmiata ai commedianti appariva infatti poco credibile. E lo si capisce da un lapsus narrativo nella definitiva stesura («Dove avevano saputo far le cose bene era stato a Miraglia, un paesetto mangiato dal colera e dalla fame»). Cosa avevano fatto di meglio? Avevano scannato come bestie una famiglia di zingari sospettati di spargere il colera.
Difficile dimenticare la giovane zingara che, nel difendere la sua creatura, cerca di afferrare con le mani le scuri per aria, «quelle mani nere e sanguinose che brancicano nel buio».

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