L’Ass. Culturale Amigdala presenta il romanzo di Mavie Parisi “E sono creta che muta”

L’Associazione Culturale AMIGDALA è lieta di presentare il romanzo della scrittrice MAVIE PARISI dal titolo E sono creta che muta (Perrone Lab Editore). L’evento si terrà presso PALAZZO BENEVENTANO in via S. Gaetano alle grotte, 14 – Catania il 18 dicembre alle ore 19.30. Oltre all’autrice interverranno la Dott.ssa ELVIRA SEMINARA scrittrice e giornalista, il Dott. LUIGI LA ROSA scrittore e docente di scrittura creativa e il Prof. NINNI PENNISI Preside della facoltà di Scienze dalla Formazione di Messina.
Seguirà un brindisi.

CENNI BIOGRAFICI

Mavie Parisi è nata ad Enna, ma considera Catania come sua città vivendoci ormai da più di trent’anni insieme ai due figli e a un bulldog di nome Saretto.
Laureata in scienze ha trascorso un periodo della sua vita negli Stati Uniti come ricercatrice presso l’NIH.
Insegna matematica e scienze in una scuola media.
Coltiva da sempre la passione per la letteratura. Ha scritto e pubblicato numerosi racconti.
E sono creta che muta è il suo romanzo d’esordio

Aspetta le vostre e-mail all’indirizzo: mavieparisi@virgilio.it

FRAMMENTO
Lui ripensò a quel sorriso che non andava tradito, a quegli occhi colore del bosco, a quel corpo che aveva accolto dolcemente i figli che tanto amava e che ora si protendeva verso di lui, e si mise a sedere a mezzo letto tentando di tenere gli occhi aperti.
Ma c’era davvero poco da dire, almeno dal suo punto di vista. Provò a smontare la frase del giorno prima e a rimontarla all’incontrario, ma non gli sembrò che la cosa cambiasse poi molto.
Quella notte Kita si sentì male, e peggio ancora della sera prima non riuscì a chiudere occhio.
Non appena, vinta dalla stanchezza, sembrava appisolarsi, un’ondata di ansia la riportava bruscamente alla realtà.
Cosicché rivisse mille volte la sensazione che ci afferra quando, dopo una pausa dagli affanni, in cui il sonno ci avvolge nelle sue braccia confortanti, il mattino ci riporta a qualcosa di spiacevole accaduto il giorno prima, e che vediamo cento volte più brutto.
Quanto fa mille per cento?

E sono creta che muta,
un racconto di solitudine e
guarigione

RECENSIONE
Un’estate caldissima. Una donna. Un computer. E un cursore lampeggiante che scandisce un’attesa crescente, amara, carica di emozione e di inquietudine. Sono queste le fila da cui Mavie Parisi prende spunto per dare avvio alla vicenda emotiva ed esistenziale dipanata nelle pagine del suo splendido romanzo d’esordio E sono creta che muta, (Perrone Lab Editore).
L’apertura, con la descrizione malinconica e profonda che la protagonista fa di sé, giunge al misterioso interlocutore che la intrattiene via chat – ma in senso più ampio al lettore del libro – come una specie di accorata ammissione:
Mio marito mi ha lasciata ormai da parecchi mesi, me e i nostri tre figli. Lui dice che ha lasciato solo me, ma è una bugia che racconta a se stesso. A dirla così si pensa subito a una cicciona di mezza età depressa e alcolizzata. Un po’ alcolizzata forse. Depressa per forza.
Ma decisamente non cicciona. La mezza età non è cosa di cui si può discutere.

Kita Narea è una donna sola. Una donna interessante. Che scende nel guado di una solitudine non ancora del tutto elaborata, non compresa fino in fondo, perché non appartiene alla sua natura deporre pacatamente le armi e cedere all’incomprensione delle cose. Kita vuole di più. Kita non ha dimenticato l’arte di chiedere, di pretendere, sebbene la vita sembra esserle sfuggita di mano, e la risalita che l’aspetta sarà dura, durissima. E questo Kita lo sa bene.
Probabilmente esiste una verità, qualcosa che lei e Stefano si sono lasciati alle spalle, o che hanno superato tralasciando di verificare tra le pieghe del non detto – quelle ombre che spesso evitiamo di osservare, nel risvolto di un dolore individuale che cresce, che s’ingigantisce, e che di giorno in giorno finisce per condizionare e qualche volta per uccidere la presunta eternità della vita di una coppia.
Kita si descrive con parole semplici, misurate eppure loquaci, e ci sembra quasi di vederla, col guizzo mai fiacco della sua intelligenza e quell’umorismo sottile che sembra l’antidoto migliore per sopravvivere al cambiamento, alla trasformazione imponente che stanno per subire la sua vita e la sua famiglia.
Da quando il marito Stefano è andato via – lasciandola tuttavia non del tutto sorpresa, anche se impreparata alla nuova gestione emotiva della sua giornata e alla cura dei tre figli nati dal loro matrimonio – pure affrontare un semplice week-end o una mattinata al mare può tramutarsi in una vera e propria epopea, piena di nervosismi e di insoddisfazioni.
Kita si racconta alle amiche di sempre: a Monica, a Elena, a Conchita (la più pungente del gruppo), e per un attimo la sua somiglia a un’estate come tante, rimessa in piedi sul fondale friabile di una rinnovata adolescenza, ma poi, la notte, quando il buio cala e tutto a un tratto le voci si disperdono, ecco che quel dolore che non ha parole – perché non ci sono parole per descrivere i palpiti che si frangono contro i vuoti del cuore, o le bugie che finalmente vengono a galla tra gli spettri tormentosi dei silenzi – Kita vorrebbe condividerlo con Damiano, ancora sfuggente e indefinibile nel brulicare un po’ anonimo del collegamento virtuale, e vorrebbe che pure lui le dicesse di capirla, di sentire lo stesso peso, di raccogliere gli stessi cocci, rileggere le stesse pagine, e abbandonarsi come lei al fuoco bianco dei ricordi, pronto a ridestarsi con la presunzione di una violenza.
Gli incontri reali e quelli del web accompagnano il trascorrere dei giorni, in un affondo sapiente che circumnaviga con maestria e struggimento il perimetro della sua graduale presa di coscienza. Kita è stanca di sperare, di aspettare, di confrontarsi con domande alle quali è impossibile trovare delle risposte, giacché le risposte forse non sempre ci sono.
Non gliele dà Giorgio, arrivato da Roma e tornato nella sua vita come una riapparizione da un sogno passato. Non può dargliele Damiano, imprendibile e complesso quasi quanto il suo ex marito. Non gliele danno i suoi ragazzi, che lei ama e dai quali è adorata, ma che hanno ancora troppa poca esperienza per accostarsi alle ferite del suo abbandono. Kita dovrà cercare ancora, e ancora, e dovrà farlo più in là, più avanti lungo il sentiero narrativo dove l’attendono nuove tenebre e nuovi più fitti e irraccontabili abissi.
Romanzo del cuore, scritto con assoluto nitore di dettagli e con una scrittura che incanta dalla prima all’ultima pagina, E sono creta che muta ci trascina lungo le tortuose strade della comprensione dei sentimenti e delle passioni.
Mavie Parisi, straordinariamente brava per essere soltanto al suo primo libro, accompagna questo percorso con un delicato controcanto: quello dei versi di Pablo Neruda, che aprono i capitoli dispari del romanzo come una sorta di poetico leit motiv e che mettono in luce il significato ultimo nascosto nei gesti, nei movimenti, nell’epica post-moderna di una donna sola e coraggiosa.

Luigi La Rosa