Viagrande. Presentazione del romanzo "FINISTERRE" di Orazio Caruso

Orazio Caruso - Finisterrre
Presentazione del libro di ORAZIO CARUSO
FINISTERRE (Sampognaro & Pupi)
16 maggio 2015 – ore 18.00
Salone dei Servizi Sociali
Via della Regione, 24
VIAGRANDE

Relatore
DOMENICO TRISCHITTA
Modera
NINO DI BLASI
Letture
SASHA DI MARIA
Brani musicali eseguiti dal chitarrista
M° GIUSEPPE SICILIANO

FINISTERRE, di Orazio Caruso (un estratto)

Pubblichiamo un estratto del romanzo FINISTERRE, di Orazio Caruso (Sampognaro e Pupi)

Camminavamo in fila indiana percorrendo il sentiero prin-cipale della riserva naturale. Nino guidava il terzetto mostrando di conoscere la zona come le sue tasche.
“Ci vengo spesso” disse, infrangendo il lungo silenzio che ci aveva accompagnato durante la marcia “soprattutto in dicembre quando non c’è quasi nessuno ed è il periodo migliore per osservare gli uccelli migratori. Se il cielo è terso, magari dopo un violento acquazzone, è possibile immaginare i contorni ambrati dell’Africa. È bello, sapete, sedersi sulla sommità di una di queste piccole dune che vedete e pensare di essere su uno dei bordi di una civiltà che sta finendo”.
Martina quasi pizzicava il terreno con il suo passo leggero, andante con brio. Andava pedinando mio fratello, indossando un vestitino ampio all’inglese, un cappellino di paglia in cerca di vento per volar via e un vecchio modello di scarpe da tennis Superga, che fa sempre chic.
Io mi tenevo a circa dieci metri di distanza dai due, stretta nei miei Levis un po’ logori e appesantita da uno zainetto di cuoio che custodiva tutta la nostra colazione.
Nella quiete un po’ disadorna del mare d’inverno ogni tanto si udivano le ampie risate di mio fratello, ereditate in pieno da nostro padre. In passato avevo potuto verificare di persona come le donne ne rimanessero soggiogate e disarmate.
Ricordo, ad esempio, che negli anni di studio, venivano spesso degli amici a casa nostra. Il più delle volte ci impegnavamo in discussioni interessanti, dalle quali scaturivano indicazioni per nuove letture e nuovi approfondimenti. Certi pomeriggi, tuttavia, detenevano la parola dei giovani intellettuali fatui e particolarmente esibizionisti, in questi casi Nino, proprio quando l’ideologo di turno era nel pieno di una citazione brillante e alla moda, se ne usciva con una risata sonora e rimbombante, poi afferrava un lembo della sciarpa di lana rossa rimandandola indietro sulla spalla e alla fine se ne andava via, lasciando a bocca aperta, soprattutto le mie amiche, tutte intente ad ascoltare e a prendersi sul serio.
Quel sorriso, però, nascondeva sempre una smorfia di malinconia; a me sembrava, ed era così anche per mio padre, una scorciatoia inventata dal disilluso per pescare uno scarto di gioia nell’abisso della tristezza.

https://i2.wp.com/www.lestroverso.it/wp-content/uploads/2015/01/cop-libro-orazio-caruso-su-lestroverso.jpgMartina chiedeva continue informazioni sui luoghi che at-traversavamo, sulle piante selvatiche che vedevamo e sulla fauna di cielo, terra e mare che a tratti si spostava nelle vici-nanze, procurando in noi qualche brivido. La nostra guida la accontentava con minute spiegazioni a bassa voce e con ampi gesti, insegnandole come distinguere una specie dall’altra, indicando fenicotteri, cicogne o germani reali.
Si muovevano insieme come in una danza, nella quale però, pur essendoci intesa, i passi non erano regolari e prestabiliti. Sembrava più un’improvvisazione tra due virtuosi che non hanno bisogno di provare per ballare insieme.
Li osservavo a distanza e in loro notavo con sorpresa una certa familiarità dei corpi, quel tendere un braccio e incontrare una spalla, quella mano che scivola lungo i fianchi …
In quel momento mi sarebbe piaciuto avere con me un complice pianoforte per aggiungere una consonanza sonora a quella affinità di movenze.

Il sentiero sopraelevato di legno passava sopra i grandi pantani trapunti di oleastri, cannucce di palude, ginepri e tamerici. A tratti sfociava in lunghe strisce di mare cristallino incorniciato da banchi di posidonie o si apriva in chiuse calette di sabbia fina e bianchissima.
Camminavamo da qualche ora ed il sole siciliano di Dicembre era già alto sulle nostre teste. Nino, tuttavia, non si decideva ad ordinare una sosta. Io ero stata da bambina in quei luoghi con mio padre, quando ancora vi si poteva pescare, ma non ricordavo di essermi spinta così lontano.
“Ancora qualche passo e poi ci potremo fermare” disse, accorgendosi della nostra stanchezza di musiciste di città. “Ancora qualche passo, ragazze, e potremo consumare il lauto pasto che ci siamo guadagnati con questa lunga marcia. Ancora qualche passo, Francesca, e potrai rivolgermi tutte quelle domande sul futuro che vai collezionando insieme alla mamma da qualche anno. Anche se non è detto che avrai risposta”.
Nino rideva, al solito rideva, beffardo e malinconico e a me ed a Martina non rimaneva altro da fare che misurare quant’era lungo quel “qualche passo”, calcolato da uno che da ragazzino amava stambeccare per i passi delle Dolomiti.
Solo quando raggiungemmo la tonnara di Vendicari Nino fece segno che ci potevamo fermare. Dell’antico edificio erano ancora in piedi alcuni pilastri e la solitaria ciminiera, che sovrastava la massiccia Torre Sveva e le screpolate case dei pescatori.
“Nino lo sai che non sei cambiato” mi lasciai scappare involontariamente.
“Neanche tu.” disse lui “Scommetto che ti stai rammari-cando di non avere il tuo pianoforte!”
“È vero.” risposi “Il pianoforte è per me come la coperta per il vecchio Linus. E’ uno strumento dietro il quale ci si può nascondere”.
“Suonare evita a volte di dover parlare.” Ci interruppe Martina “E poi riempie gli spazi vuoti, gli imbarazzanti silenzi …”

Della vecchia tonnara era rimasta una piattaforma abba-gliante disseminata di pilastri crudi che sostenevano le ignote aspettative del possibile. Dintorno la netta densità del silenzio tuffata nella tinta azzurrina dell’astrazione.

© Sampognaro e Pupi

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FINISTERRE – intervista a Orazio Caruso

Pubblichiamo un’intervista a Orazio Caruso con riferimento al suo nuovo romanzo FINISTERRE (Sampognaro e Pupi).

di Massimo Maugeri

Un romanzo intimista. Una storia di ritorni e di partenze. Una terra che segna il confine tra un continente e l’altro. Quattro personaggi che si ritrovano in una sorta di incrocio di destini. E poi, la musica: elemento che unisce con il linguaggio unico e universale che riesce a offrire. C’è questo e molto altro nel nuovo romanzo di Orazio Caruso intitolato “Finisterre” e pubblicato dalla piccola casa editrice siciliana Sampognaro e Pupi. Ne discutiamo con l’autore…

– Caro Orazio, come mia abitudine direi di cominciare dall’inizio… ovvero dalle origini del libro. Come nasce “Finisterre”? Da quale spunto, idea, esigenza o fonte di ispirazione?
In genere i miei testi traggono ispirazione da un’immagine, da una riflessione o da un personaggio che si va delineando nella mente. “Finisterre” è nato dalla volontà di approfondire l’enigma di un genio infruttuoso. Mi interessava esplorare i motivi di un fallimento o di quello che viene percepito dalla gente comune come tale. Mi interessava osservare come una persona di talento possa sottrarsi alla competizione generale, possa “asciugarsi” dal mondo. Come un monaco del XXI secolo.

– C’è qualcosa, anche a livello personale, che ti lega particolarmente a Marzamemi e dintorni?
Negli anni Settanta, come molti giovani catanesi di allora, ho scoperto la Sicilia sud orientale: la bianca costa che, da Fontane Bianche, passando per Vendicari e Marzamemi, giunge fino all’estremo limite di Capo Passero e dell’Isola delle Correnti. Era il mare alternativo, libero e ancora incontaminato, in opposizione al nostro mare etneo congestionato, recintato e suddiviso in lidi. Vi si andava in campeggio e si coltivava la politica, l’amore e la speranza con altri mezzi.
Anni dopo, percorrendo in auto la Bretagna, ho scoperto che l’estrema propaggine di terra sporta sull’Atlantico viene detta dai francesi Finistère, così ho pensato che anche noi in Sicilia avevamo il nostro Finisterre, solo che nessuno ci aveva pensato prima a definirlo così.

Orazio Caruso– Proviamo a conoscere i personaggi del libro partendo dalla voce narrante. Raccontaci di Francesca, dunque…
Francesca all’inizio è solo un pretesto narrativo. Non volevo raccontare il protagonista né da un punto di vista terzo, né dall’interno. E allora ho scelto il punto di vista del narratore testimone. Un narratore interno non protagonista, come il Nick Carraway del Grande Gatsby (un libro che ho apprezzato tantissimo in gioventù). Questa scelta mi dava la possibilità di avvicinarmi all’enigma, di circondarlo, circumnavigarlo senza aggredirlo nell’intimo.
Man mano Francesca, però, è diventata una risorsa che mi ha dato la possibilità di indagare dall’interno due mondi nuovi: la femminilità e la musica. Ha cominciato ad assumere una fisionomia personale con il suo vissuto privato e il suo composto dolore. Francesca è una donna responsabile, una pianista austera che prova a confrontarsi con le stravaganze del fratello.

– Francesca nei “suoi luoghi” è accompagnata dall’amica Martina, che è una violoncellista. Parlaci dell’amicizia che lega queste due donne… E perché Martina decide di seguire Francesca in questo “ritorno” in Sicilia?
Martina è molto diversa da Francesca ed è per questo che sono diventate amiche. Ha in sé la leggerezza della donna passionale e sensibile, sempre pronta a cacciarsi nei guai per inseguire l’avventura e l’amore. É il personaggio perfetto per smuovere e dare pathos all’azione.
Io trovo, nei romanzi, il triangolo molto banale, mi interessa più il quadrato, la doppia coppia, come nelle Affintà elettive di Goethe, nell‘Insostenibile leggerezza dell’essere di Kundera o come in molte commedie romanzesche di Shakespeare. In Finisterre ho delineato due personaggi che incarnano la pesantezza e due la leggerezza. I personaggi sono come personificazione di modelli esistenziali. Naturalmente non debbono essere come figurine incollate in un album di calciatori.

– Francesca è legata a un vecchio libro di Joseph Roth intitolato “Fuga senza fine”. Perché ama particolarmente questo libro?
Quel libro è un regalo di Nino, è un oggetto, quasi un talismano, che lega fratello e sorella.
Fuga senza fine racconta la storia di un ufficiale asburgico che dopo la fine dell’impero, perde la sua identità, vagando da un posto all’altro dell’Europa e della Siberia, finendo emblematicamente la sua vita a Parigi, patria dei senza patria. Franz Tunda è un apolide, un orfano di un impero perduto. Allo stesso modo Nino è un orfano di un’idea perduta di società.

https://i2.wp.com/www.lestroverso.it/wp-content/uploads/2015/01/cop-libro-orazio-caruso-su-lestroverso.jpg– Un altro personaggio chiave è Nino, fratello di Francesca. A differenza di lei, ha deciso di rimanere in Sicilia. Raccontaci qualcosa di Nino…
Nino è il protagonista del romanzo. Intorno a lui si distribuiscono le parti. In un certo senso è il vuoto intorno al quale si costruisce il pieno. È l’enigma. È l’individuo di talento che non riesce calzare i panni stretti di un’esistenza normale. E non si avvede degli effetti destabilizzanti che provoca sugli altri.

– Perché Nino desidera così tanto andare in Africa. Cosa rappresenta per lui, questo continente?
Negli ultimi decenni si parla dell’Africa solo per sciagure. Per secoli, invece, il cosiddetto continente nero è stato mito, imponderabile altrove, sogno, utopia. È quest’altra Africa ormai obliata che Nino vagheggia. L’Africa dei viaggiatori, dei carovanieri, degli avventurieri, l’Africa di chi si perde o di chi è perduto, come Rimbaud.

– C’è poi un quarto personaggio, di cui preferisco non svelare nulla per non privare il lettore del piacere della scoperta. Di certo “Finisterre” è un narrazione che ha a che fare con i viaggi, con i ritorni, con le partenze e con gli incontri. Cosa puoi dirci a tal proposito?
Del quarto personaggio, che si chiama Tommaso, rispetto la consegna del silenzio e dico solo che entra piano e si va espandendo.
Non riesco a scrivere una storia che non sia “di viaggio”. Molto spesso è il “ritorno” che mi interessa. L’archetipo inarrivabile di tutte le storie rimane per me l’Odissea.
La vita è partire, tornare, incontrarsi. Se a questo si tolgono gli scarti, quello che rimane è letteratura.

– Soffermiamoci un attimo sul titolo. Perché “Finisterre”?
Il finisterre è il teatro in cui si svolgono i fatti narrati. I luoghi non sono tutti uguali. Ce ne sono alcuni speciali, sacri. La Sicilia sud orientale è uno dei punti sensibili di intersezione tra due mondi distanti, tra culture che si incontrano e si scontrano, tra ricchezza e indigenza, Europa ed Africa. Un bordo dove si conclude un mondo prima che ne cominci un altro.
È la storia che si incarica di dare senso alla geografia e alla topografia, la storia che decide che in un dato momento un dato punto della terra non è più un posto qualsiasi, ma assume una connotazione particolare.

– Una domanda “giocosa”: chi dovrebbe essere, a tuo avviso, il lettore-tipo di “Finisterre”? Prova a tracciare un suo possibile identikit…
Ho già dato, in un certo senso, questa risposta a p. 76 del libro. Qui dico soltanto che il mio lettore ideale è uno sconosciuto ben disposto a perdersi e a ritrovarsi nel bosco delle parole.

– Sappiamo che hai il teatro nel sangue… e questa storia mi sembra particolarmente “teatrale”. La vedremo “in scena”?
Non lo so. Una “riduzione” teatrale sarebbe certo una bella cosa. Ma, proprio perché l’ambientazione geografica è molto precisa e significativa, io stento ad immaginare Finisterre nel chiuso della scatola teatrale. Piuttosto, sognando in grande, mi piacerebbe che se ne facesse una “riduzione cinematografica”.

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Orazio Caruso è nato a Viagrande (vicino Catania) nel 1960. Si è laureato in Filosofia all’Università degli Studi di Catania. Sposato, insegna Lettere al Liceo Linguistico e delle Scienze Umane “Regina Elena” di Acireale. A diciotto anni ha scritto e messo in scenaSpartacus, una tragedia rivoluzionaria in versi liberi. Si occupa di critica letteraria e cura la regia di spettacoli teatrali organizzati per e con gli studenti. Nel 2010, il suo allestimento scenico del Don Giovanni o Il dissoluto assolto di Josè Saramago è stato premiato come migliore spettacolo nell’ambito della rassegna nazionale di teatro scolastico Tindari Teatro Giovani. Ha pubblicato i romanzi “Sezione Aurea” (Manni) e “Comici Randagi”(Sampognaro & Pupi).