I «Botti» per l'ultimo saluto a Turi Di Bella

L’episodio che si è verificato l’altro pomeriggio, gravido di nebbia, pioggia e freddo, al cimitero di Viagrande, a conclusione della cerimonia religiosa in suffragio di Salvatore Di Bella, chiamato affettuosamente dagli amici Turi “cuddura” (nei paesi i soprannomi sono più identificativi dei cognomi) è davvero degno di far parte del bellissimo film “Amici miei” di Mario Monicelli. Turi, sposato e padre di due figli, nello scorso mese di ottobre, era stato ricoverato urgentemente nel reparto di Neurochirurgia del Cannizzaro a seguito di un fortissimo dolore di testa. La Tac, purtroppo, rivelò una vasta neoplasia al cranio, assolutamente incurabile: il buon Turi tenne durò sino a lunedì scorso, ma poi ha dovuto arrendersi all’ormai inevitabile sorte. Turi Cuddura, classe ’42, aveva vissuto una fanciullezza dura: già all’eta di 10 anni, mentre frequentava la V classe elementare del maestro D’Arrigo, nel pomeriggio andava in una cava di lava, nei pressi del cimitero, a svolgere il difficile, duro e amaro lavoro di scalpellino. Con grandi sacrifici riuscì a creare, sempre a due passi dal monumentale cimitero locale, un laboratorio per la lavorazione della pietra lavica, assieme al fratello maggiore Ntoni, ed al fratello minore Santo, consigliere comunale di opposizione, morto proprio due anni fa con un male simile a quello di Turi.
Sul viale dei Cipressi Turi e i suoi fratelli avevano visto passare, dinanzi al loro laboratorio nei lunghi anni della loro attività, centinaia e centinaia di cortei funebri e tutte le volte abbassavano le saracinesche e chiudevano i cancelli, in segno di rispetto, noncuranti del tempo perduto. Turi diceva che dinanzi alla morte tutto doveva fermarsi, e aggiungeva poi, scherzosamente, che, alla sua morte, a conclusione del corteo funebre, gli sarebbe piaciuto essere salutato dagli amici con una manciata di bombe (qui li chiamano colpi a secco).
Gli amici di Turi, che era una persona benvoluta da tutti, non hanno dimenticato il desiderio espresso in vita, ed appena il feretro, giunto da Trecastagni dove la famiglia Di Bella abita, ha fatto il suo ingresso al cimitero, è stato salutato da una serie di colpi a secco aumentando la commozione generale che era già stata tanta sin dal momento del trapasso.

(font: La Sicilia – Paolo Licciardello, 13 marzo 2010)