Il martirio visto dal persecutore

Lo scandalo del dramma «Quinziano» dello scrittore di Viagrande Antonio Aniante.

Antonio Rapisarda, alias Antonio Aniante (l’uomo del fiore) nasce a Viagrande il 2 gennaio del 1900 (in questi giorni ricorre il 110 anniversario della nascita) e muore a Latte nei pressi di Ventimiglia il 6 novembre del 1983.
Nella vitale Catania del primo Novecento il giovane viagrandese scrive poesie d’avanguardia su battagliere riviste. Precoce è anche l’interesse per la scrittura teatrale, testimoniato dal Quinziano, accolto al debutto, il 16 maggio 1923, da un fiasco spaventoso che costringe l’autore ad una precipitosa fuga da Catania.
Quinziano” è un dramma sacro sull’amatissima patrona di Catania. Già il titolo è un’anomalia. L’opera non si limita alla rappresentazione del martirio di Agata, la quale sta in scena senza pronunciare battuta, ma descrive l’ambiguo tormento amoroso del carnefice Quinziano. Se a ciò si aggiunge il sospetto che la parte della santa sia interpretata da una bella attrice di non limpidi costumi, non può esserci altro esito. All’anfiteatro Gangi volano cuscini, accuse di blasfemia e tentativi di linciaggio. Aniante racconterà più volte l’episodio, ornandolo di fantasiosi dettagli, mutando un sonoro smacco in un’autoironica rivincita letteraria.
In seguito Aniante si laurea in Filosofia a Milano e pubblica, con le prestigiose edizioni di Gobetti, una “Vita di Bellini” e il romanzo parigino “Sara Lilas“, incentrato sulle mirabolanti avventure amorose di una danzatrice algerina.
Inoltre conosce il noto comico Ettore Petrolini che interpreta una sua pièce, “Mezzuomo“. Una tragica farsa imperniata sulla figura patetica di uno scemo di paese. L’opera va in scena a Milano e a Roma, ma è uno “strepitoso insuccesso“.
Nella capitale si avvicina ad A. G. Bragaglia, creatore del Teatro degli Indipendenti.
Aniante definirà gli anni romani come “i più fantasmagorici della mia vita e della mia carriera“. E Bragaglia avrà parole benevole per il suo giovane amico che “tira romanzi e commedie quasi fossero coriandoli“,
chiamandolo “Carnevalone dell’anima mia“. “Gelsomino d’Arabia” e “Bob Taft” sono alcuni dei titoli anianteschi messi in scena agli “Indipendenti” nel fecondo triennio 1926-1929. I due sono uniti dallo stesso orientamento antinaturalistico e dal rifiuto del dramma borghese. “Tentare di imitare la realtà è insulso. Il teatro non deve riprodurre, ma nella linea dell’imitazione, superare“.
Sono parole di Bragaglia.
Aniante, intanto, scrive su “900“, si avvicina al “realismo magico” di Bontempelli e pubblica diversi romanzi.
L’esperienza “novecentista” e “sperimentale” gli procura tanta risonanza ma pochi guadagni ed Aniante, mosso da congenito nomadismo e da un più prosaico bisogno di entrate, va in Francia.
A Parigi il viagrandese si ferma fino al 1938, trasformandosi in un poligrafo bilingue di saggi, biografie e romanzi.
Nella “città tentacolare” egli manca la gloria, anzi, complice un’eterodossa biografia su Mussolini, si riduce quasi alla fame, vivendo di espedienti e rabbiosa scrittura e legando il proprio destino alla sventurata pittrice turca Halè Asaf. Nasce così il mito autolesionista dello scrittore baciato dall’insuccesso, alimentato dalle successive autobiografie romanzate.
Dopo altri soggiorni Aniante si stabilisce, infine, a Latte di Ventimiglia, ma, anche vivendo lontano, non smette di vagheggiare l’isola. Molti scritti della maturità, fra tutti “La rosa di zolfo“, vi sono ambientati, ma non vi è una riproduzione realistica della realtà siciliana. Sono svariate, ad esempio, le descrizioni dell’Etna, ma il vulcano non è mai pura cornice pittoresca, piuttosto è il correlativo oggettivo della temperatura emotiva delle storie narrate.
Aniante non ha quasi nulla in comune con il canone verghiano. La sua Sicilia è una terra vista da lontano, reinventata attraverso il mito, l’esagerazione fantastica, la deformazione espressionistica e l’allucinazione simbolica.
Ho cantato in migliaia di pagine una Sicilia che non esiste” dice lo scrittore viagrandese, rivendicando il diritto ad esercitare la propria immaginazione.

(font: La Sicilia – Orazio Caruso, 14 gennaio 2010)