Si è pentito Di Giacomo reggente dei Laudani

IN CARCERE DAL ’93.

Il boss ergastolano Giuseppe Maria Di Giacomo, 44 anni, capo del clan dei Laudani, collabora da circa un anno con la giustizia. Di Giacomo era entrato nel gruppo dei «Muss’i Ficurinia» storici alleati del clan Santapaola da ragazzo appena quindicenne sotto l’ala protettrice di Gaetano Laudani, (il figlio del patriarca Sebastiano) ucciso il 26 ottobre del ’92 all’interno della sua macelleria di via Pietra dell’Ova nel corso di una delle più sanguinose faide combattute dalla Catania mafiosa negli Anni Novanta. Di Giacomo assunse la reggenza del clan proprio dopo la morte di Gaetano Laudani, la mantenne per circa un anno (venne arrestato nel settembre del ’93), continuando però a dare ordini agli uomini del clan anche al carcere.
Tra gli omicidi dei quali si è autoaccusato quelli dell’agente di polizia penitenziaria Luigi Bodenza, ucciso il 26 marzo del 1994, e quello dell’avvocato Serafino Famà, ex legale del capomafia Giuseppe Pulvirenti, assassinato vicino al suo studio legale di Catania la sera del 9 novembre del 1995, perché – a suo dire – colpevole di non avere fatto deporre in un processo a suo carico, un teste che avrebbe potuto convincere i giudici ad assolverlo. Di Giacomo venne invece condannato e così avrebbe deciso l’eliminazione del penalista, che fu assassinato subito dopo essere uscito dal proprio studio in compagnia di un collega, che rimase illeso.
La svolta decisiva all’inchiesta giunse con le dichiarazioni del collaboratore di giustizia dei Laudani, Alfio Giuffrida, che fece anche ritrovare l’arma del delitto.
Secondo quanto si è appreso, Di Giacomo sta rendendo dichiarazioni su una serie di omicidi, compreso quello dell’imprenditore edile Carmelo Rizzo, di San Giovanni La Punta, suo socio poi ucciso (per quest’ultimo delitto è stato assolto).
Il boss ha deposto anche al processo contro l’imprenditore Sebastiano Scuto, il re dei supermercati nella Sicilia orientale, imputato per il reato di associazione mafiosa, davanti ai giudici della seconda sezione penale del Tribunale. All’udienza Di Giacomo ha dichiarato – tra l’altro – che Scuto era taglieggiato dall’organizzazione mafiosa, che il clan gli imponeva la fornitura delle carni dall’azienda di Gaetano Laudani, e che i punti vendita e i mezzi della Despar erano sotto protezione del gruppo mafioso, tanto che una volta che un camion venne rapinato, lo stesso Di Giacomo ordinò l’uccisione dell’autore della rapina.

(font: La Sicilia – 17 dicembre 2009)